Darwin, Einstein, Marie Curie. Scienziati, politici e scrittori sono citati per cognome quando sono uomini, per nome e cognome quando sono donne. Un pregiudizio che alimenta le disuguaglianze di genere. Come dimostrano alcune ricerche, quando si parla di professionisti in vari campi si tende a usare solo il cognome per gli uomini, ma non per le donne. E questo ha la sua importanza perché, a quanto pare, chiamare una persona per cognome ne aumenta il prestigio agli occhi dell’opinione pubblica.

In molti ambiti questo pregiudizio occulto potrebbe contribuire alle disuguaglianze di genere.

La psicologa Stav Atir della Cornell university, negli Stati Uniti, ha deciso di occuparsi della questione dopo aver notato che i politici sono chiamati con il cognome più spesso delle colleghe.

“Volevo capire se fosse davvero una tendenza e, in caso affermativo, se avesse delle conseguenze”, spiega Atir. Con la collega Melissa Ferguson, Atir è partita analizzando quasi cinquemila valutazioni online sui docenti fatte dagli studenti e più di trecento estratti di programmi radiofonici in onda negli Stati Uniti e dedicati alla politica.

 

In un altro esperimento Atir e Ferguson hanno fornito a 184 volontari informazioni identiche, ordinate in un elenco, sul lavoro svolto dai chimici immaginari Dolores Ber- son e Douglas Berson, chiedendogli di riformularle in un testo compiuto. In questo e in altri studi simili le psicologhe hanno rilevato che in media sia i volontari sia le

volontarie nominavano gli uomini solo per cognome il doppio delle volte rispetto a quanto facessero con le donne(nell’esperimento Berson addirittura il quadruplo).

I risultati sono stati simili in ambito scientifico, letterario e politico.

Questa tendenza ha delle conseguenze rilevanti. Negli esperimenti successivi Atir e Ferguson hanno infatti scoperto che gli scienziati chiamati solo per cognome erano considerati più famosi e importanti. Da ricerche passate sappiamo che la fama genera più riconoscimenti, fenomeno noto come effetto san Matteo. Uno studio, per esempio, ha dimostrato che chi valuta gli articoli è più propenso ad accettare quelli scritti da ricercatori noti rispetto a quelli di cui non conoscono l’autore.

Con un rovesciamento logico, Atir sostiene che forse chiamiamo le donne per nome e cognome per aiutarle a ottenere un maggiore riconoscimento. “Ancora oggi in molte professioni si dà per scontato che il sesso predefinito sia quello maschile”, spiega Atir. “Se si sente nominare un cognome lo si associa subito a un uomo”.

Riferirsi alle donne con nome e cognome avrebbe quindi lo scopo di sottolinearne il contributo, ma purtroppo le buone intenzioni producono l’effetto opposto.

“Il nostro lavoro ha evidenziato un effetto involontario, cioè che le donne appaiono meno importanti”, conclude.

Se la discriminazione del cognome fosse confermata, si aggiungerebbe a un lungo elenco di pregiudizi apparentemente trascurabili che, sommati, si traducono in rilevanti differenze di trattamento tra uomini e donne nei luoghi di lavoro.